Libroterapia illustrata

Dal nostro punto di vista, mio e di Valentina, la Libroterapia illustrata non offre strumenti per risolvere problemi. Eppure, quando ci si immerge tra le pagine dei mondi di carta, spesso lo si fa proprio con questa aspettativa: trovare soluzioni, risposte, vie d’uscita chiare e percorribili. È una ricerca che nasce dall’urgenza, dal desiderio di sottrarci a situazioni percepite come troppo difficili, talvolta impossibili da affrontare.

Di fronte alla paura, alla fragilità e al senso di impotenza, si attiva facilmente un doing mode: una modalità del fare che ci spinge alla fretta, all’azione immediata, alla necessità di aggiustare il prima possibile ciò che non funziona. Ad automatismi di pensiero. Ma gli albi illustrati non rispondono a questa logica.

Gli albi illustrati non indicano cosa fare. Al contrario, ci invitano a sospendere l’agire per entrare nel sentire, in un being mode. Offrono uno spazio di ascolto e di comunicazione, un canale protetto che consente l’accesso al mondo dell’altro e, allo stesso tempo, al nostro. Ci chiedono di metterci in ascolto di ciò che l’altro ha da raccontare, ripulendo il campo da ciò che ci appartiene: le nostre preoccupazioni, le nostre letture, le nostre proiezioni.

Spesso, nella fretta di trovare soluzioni, rischiamo di perdere di vista la prospettiva dell’altro, proponendo risposte che forse sono adatte a noi, ma non a chi abbiamo di fronte. La Libroterapia illustrata ci invita invece a entrare in punta di piedi nel mondo dell’altro, per scoprire ciò che davvero si cela dietro una manifestazione fenomenica. Perché dietro ciò che appare si nascondono sempre molteplici sfumature del sentire.

In questo senso, la Libroterapia illustrata si configura come una risorsa di ascolto e di connessione, più che come una strategia dell’agire. Il mondo di carta non risolve, ma crea le condizioni per un incontro autentico. Poi, ciò che emergerà da quell’incontro richiederà a noi la capacità di stare, di avere, o di cercare, le risorse necessarie per accoglierlo. È per questo che il lavoro va fatto, prima di tutto, su di noi stessi.

L’ascolto autentico non passa attraverso soluzioni preconfezionate, nemmeno quando sono mosse dalle migliori intenzioni. Ascoltare davvero significa essere disposti a sedersi accanto all’altro, di fronte all’ abisso che porta con sé, e avere il coraggio di guardarlo insieme.

Forse, allora, l’albo illustrato non serve tanto all’altro per trovare una via d’uscita, quanto a noi per imparare a stare con ciò che l’altro porta di sé e con ciò che, attraverso l’altro, viene raccontato anche di noi.

Maria Sole Pipino. psicoterapeuta familiare e psicologa perinatale

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