La regolazione emotiva del bambino

Un bambino impara a calmarsi solo se, prima, l’adulto riesce a stare con ciò che sente.

La regolazione emotiva del bambino non nasce in solitudine, ma all’interno di una relazione. Un bambino non impara a calmarsi da solo: impara attraverso l’esperienza ripetuta di essere regolato da un adulto. Nei primi anni di vita è il genitore a svolgere la funzione di regolatore esterno, offrendo contenimento, significato e sicurezza agli stati emotivi del bambino.

La ricerca in ambito evolutivo e clinico mostra che la regolazione emotiva si sviluppa all’interno di un contesto relazionale in cui il bambino osserva come il genitore gestisce le proprie emozioni, sperimenta come l’adulto risponde alle sue e cresce immerso in un determinato clima emotivo familiare. Quando un genitore riesce a riconoscere, tollerare e regolare ciò che prova, offre al bambino un modello interno di sicurezza. Al contrario, quando le emozioni vengono negate, minimizzate o temute, il bambino può imparare che ciò che sente è eccessivo, sbagliato o pericoloso.

Parlare di regolazione emotiva nei bambini significa quindi parlare di meta-emozione, ovvero di come l’adulto pensa, sente e si pone di fronte alle emozioni, sia proprie sia del figlio. La regolazione emotiva non si trasmette attraverso spiegazioni o istruzioni, ma attraverso la qualità della relazione.

Non tutte le emozioni dei figli attivano il genitore allo stesso modo. In ottica evolutiva e clinica, le emozioni più difficili da tollerare non dipendono tanto dal temperamento del bambino, quanto dalla storia emotiva dell’adulto. Le emozioni del figlio funzionano come stimoli evocativi che riattivano esperienze affettive precoci, emozioni non riconosciute o proibite, stati del Sé infantile rimasti senza regolazione. In questi momenti si attiva il sistema di attaccamento del genitore e la risposta emotiva non riguarda solo il presente, ma anche il passato.

Ogni adulto cresce all’interno di una specifica cultura emotiva familiare, in cui alcune emozioni vengono accolte e legittimate, mentre altre vengono scoraggiate o negate. Quando il bambino esprime proprio quelle emozioni, il genitore non risponde solo al figlio, ma anche al proprio bambino interno che non ha potuto sentirle o mostrarle. In termini clinici, si tratta della riattivazione di rappresentazioni affettive non ancora simbolizzate.

In questi momenti può emergere un bisogno urgente di far smettere il bambino di piangere, arrabbiarsi o agitarsi. Non sempre questo nasce da una funzione educativa; spesso è il tentativo, non consapevole, del genitore di calmare se stesso. Quando il sistema emotivo dell’adulto è già in allarme, la capacità riflessiva si riduce e l’emozione del bambino viene vissuta come una minaccia, non come una comunicazione. Il messaggio implicito che il bambino può ricevere è che quell’emozione è troppo, non solo per l’adulto ma anche per lui.

È qui che il concetto di meta-emozione diventa centrale. Non è l’emozione in sé a essere regolante o disregolante, ma il significato che l’adulto le attribuisce. Se un genitore pensa, anche inconsapevolmente, che la rabbia sia pericolosa, che il pianto vada fermato o che la paura debba essere eliminata, agirà per sopprimere l’emozione invece che per contenerla.

Per questo, nel lavoro clinico, non è sufficiente insegnare strategie di regolazione al bambino. È necessario accompagnare il genitore a sviluppare una maggiore tolleranza emotiva, aiutandolo a riconoscere ciò che si attiva in lui, a dare senso a quella attivazione e a restare presente senza agire per spegnerla. La regolazione emotiva del bambino cresce nella misura in cui l’adulto riesce a stare in contatto con ciò che quell’emozione riattiva dentro di sé. Non serve eliminare l’emozione: serve qualcuno che possa reggerla. Un bambino impara a calmarsi solo se, prima, qualcuno riesce a stare con ciò che sente.

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